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Credo
che nel lontano 1966, quando Renzo Barbieri si accingeva a pubblicare
i primi numeri della sua prediletta creatura fumettistica, Isabella,
certo non immaginasse a quale favore di pubblico sarebbe andata incontro
e quante avventure della sexy-spadaccina avrebbe poi dovuto inventarsi,
sempre con l'ausilio del fido sceneggiatore Giorgio Cavedon, per
questa serie a fumetti riservata agli adulti che raggiunse tranquillamente
le 70.000 copie per numero e generò numerose imitazioni, più
o meno riuscite.
Le avventure di Isabella, soprannominata "Duchessa dei Diavoli",
hanno per cornice la Francia seicentesca e sono drammatiche vicende ricche
di balli, cacce, duelli, agguati, torture, amori proibiti e situazioni
sadomasochistiche piuttosto esplicite. Isabella, che è stata allevata
dagli zingari, scopre di appartenere al casato dei De Frissac, e di essere
signora di Chateau Salins nonché l'unica erede di una famiglia
di antica nobiltà gettata in disgrazia dallo spietato barone Von
Nutter, impadronitosi poi di tutti i suoi beni. La giovane decide così
di vendicare la propria famiglia e di riappropriarsi di quanto le spetta.
E' il primo fumetto sexy-avventuroso ad essere pubblicato in Italia ed
apre la strada ad una tendenza che perdura tuttora: la commistione di
generi classici ed intramontabili (nel caso in questione si tratta di
"cappa e spada") con tematiche erotiche un po' particolari,
tra le altre il bondage e la bisessualità. I testi sono di Giorgio
Cavedon, che ha saputo miscelare molto bene l'erotico con il sadomasochistico
senza mai eccedere, coadiuvato dal tratto nitido e pulito di Sandro
Angiolini. Gli intrecci ben costruiti e piuttosto avvincenti, e sempre
dignitosamente illustrati, hanno contribuito in misura rilevante al successo
di questa serie piuttosto longeva (dieci anni), caratterizzatasi subito
per le situazioni ad alto contenuto erotico, solo in parte mitigate dal
tratto un po' grottesco - e solo apparentemente caricaturale - di Angiolini.
Ancora una volta, purtroppo, siamo di fronte ad autori che hanno fatto
la storia del fumetto italiano e che sono poi finiti nel dimenticatoio
- non solo da parte dei lettori ma anche degli appassionati di fumetti
- questo forse perché i tascabili per adulti non venivano firmati
dagli autori e di sicuro perché la critica fumettistica "blasonata",
pur strizzando l'occhio al fumetto erotico d'autore (Crepax, Manara,
Casotto, Saudelli, Baldazzini...), ha sempre considerato
i sexy-pocket 'popolari' come prodotti di basso livello, di serie Z, senza
però mai preoccuparsi di fare dei distinguo, di tracciare una linea
netta fra i tanti tascabili che davvero valevano niente e quei pochi che,
in effetti, erano piccoli gioielli.
Come
accaduto per Diabolik e Satanik, nel 1969
anche Isabella è approdata sul grande schermo con il film Isabella,
Duchessa dei diavoli (con Brigitte Skay, Mimmo Palmara,
Elina De Vitt, Fred Williams, Sal Borgese, Mario
Novelli, Renato Baldini e la partecipazione straordinaria di
Tino Scotti). Comunque, della trasposizione cinematografica della
sexy-eroina in questione sarebbe troppo facile parlar male e basta, liquidandola
con la consueta approssimazione che si riserva ai B-movie di mediocre
fattura o che non hanno avuto il privilegio di assurgere a film di culto.
Isabella, Duchessa dei diavoli - diretto nel 1969 da Bruno Corbucci
e sceneggiato da Giorgio Cavedon, Elizabeth Forster e Mario
Amendola - è senz'altro una produzione italo-tedesca di piccolo
cabotaggio che intendeva dichiaratamente sfruttare il successo editoriale
dei fumetti della bionda spadaccina, esaltandone soprattutto l'aspetto
avventuroso e le tematiche da romanzo d'appendice. Dimostratosi abile
mestierante con altre pellicole per Totò e per i "musicarelli",
il regista Corbucci - malgrado un cast di "cinematografari"
già avvezzi ad operazioni di questo tipo e nonostante la partecipazione
straordinaria di Tino Scotti, grande e simpatico attore di sempre... -
questa volta dà l'impressione di avere le polveri bagnate e finisce
con lo sparare a salve su un carico che avrebbe sicuramente potuto dare
maggiori soddisfazioni e riservare qualche sorpresa in più. Non
basta infatti puntare l'obiettivo sulle grazie, peraltro non eccessivamente
esibite, di un'attricetta di un certo fascino come Brigitte Skay e sperare
con questo di ricreare l'atmosfera torbida e un poco perversa che l'eroina
di Barbieri aveva saputo trasfondere nelle centinaia di storie, più
o meno drammatiche e più o meno avvincenti, di cui era protagonista.
Fin dall'inizio il coinvolgimento dello spettatore in questa vicenda,
sempre troppo piena di soprusi e disdicevoli inganni, non va mai oltre
il dovuto e sono davvero poche le situazioni nelle quali si è portati
a immedesimarsi o a provare simpatia per questa biondona, poco conturbante
e molto poco sadomaso, che con una trama di routine si muove poco convinta
in una pellicola che troppo assomiglia ai "cappa e spada" del
periodo d'oro e che dell'Angelica cinematografica, vera
musa ispiratrice del sexy-fumetto, ha ben poco a che spartire (a parte
l'ambientazione e l'aspetto fisico).
Il film, poi, è davvero troppo castigato per intrigare e affascinare
coloro che della bionda venere spadaccina apprezzavano soprattutto spregiudicatezza
e sensualità e, nonostante qualche scena di nudo e qualche situazione
piccante (molto "sui generis"), ci consegna una copia sbiadita
della protagonista di tante avventure bisex senza approfondirne, purtroppo,
le implicazioni erotiche e, neanche tanto velatamente sadomaso, che sicuramente
avevano contribuito al grande successo del fumetto di Barbieri e Cavedon.
Già
abbiamo detto che la bionda Isabella, regina del bondage a fumetti,
è sicuramente ispirata alla bella Angelica cinematografica le cui
avventure sono state a loro volta tratte dai popolarissimi romanzi di
Anne e Serge Golon.
Riguardo poi al film capostipite della saga di Angelica (Angelique, marquise
des anges), diretto da Bernard Borderie nel 1964, si può
senz'altro far notare quanto spiccata ne sia l'estrazione popolare e l'ambientazione
storica troppo approssimativa, ma certo non lo si può accusare
di mancanza di ritmo o di un certo gusto nell'avvicendarsi degli intrecci...
Le tribolazioni della bella Angelica, figlia di un nobile decaduto del
Poitou, prendono il via dal momento in cui, ancora adolescente, è
costretta a sposare Goffredo di Peyrac, un misterioso gentiluomo di Tolosa,
sfigurato e zoppo. Goffredo è in realtà un uomo di scienza,
dall'animo generoso e nobile, che saprà conquistare il cuore di
Angelica e la seguirà in mille peripezie.
Il grande successo delle pellicole su Angelica deriva anche dalla scelta
di un cast particolarmente azzeccato e per molti aspetti particolarmente
intrigante, che ha senz'altro il pregio di aver portato alla ribalta internazionale
la splendida Michele Mercier, venere bionda e solare e dalla perfetta
fisicità e che, da quel momento, s'identificherà per sempre
con la tribolata eroina protagonista di tutti gli altri titoli della saga.
La meravigliosa Angelica, Angelica alla corte del re sono
stati sempre diretti da Borderie, che, dopo il successo di pellicole come
I tre moschettieri e Rocambole si dimostra perfettamente
a suo agio con le tematiche cappa e spada. Ad esse seguiranno due altri
titoli, L'indomabile Angelica e Angelica e il Gran Sultano,
la cui direzione passa a Denyis De Le Patelliere, regista che,
nonostante qualche accettabile incursione nel noir e nel drammatico,
si dimostra decisamente più commerciale e prevedibile, finendo
con l'appiattire sempre di più questa saga dal fiato già
corto...
Particolare degno di nota è che, proprio prima di chiudere questo
articolo, mi è stata segnalata l'esistenza di un albo a fumetti
di tipo manga con le avventure della marchesa Angelica che, probabilmente,
è stata diffuso solo in versione francofona. Per saperne di più
vi invito a darle un'occhiata, mentre mi auguro di cuore che non ci si
trovi di fronte ad una nuova versione di Lady Oscar con
le tette al vento.
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