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Dal
numero
31 |
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Sin
City: il film
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di
Alberto Cassani
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Anche a sforzarsi, è difficile trovare un regista meno indicato a portare sul grande schermo le atmosfere dark dei lavori di Frank Miller che il rumoroso Robert Rodriguez di Spy Kids e C'era una volta in Messico. Eppure, è proprio lui al timone del film che l'anno prossimo racconterà al pubblico cinematografico la storia di Marv, e per ottenere questo privilegio ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie. Frank
Miller aveva avuto una prima (traumatica) esperienza cinematografica all'inizio
degli anni Novanta, quando aveva scritto i soggetti del secondo e terzo
episodio della saga di Robocop. Non esattamente due successi commerciali,
ancor meno artistici, i film di Kershner e Dekker hanno
finito per allontanare Miller da Hollywood, convincendolo soprattutto
a rifiutare per un decennio di concedere i diritti per l'adattamento dei
propri fumetti (ovviamente, però, Miller non possiede i diritti
delle sue storie di Batman e Devil). Alla
fine del 2001, Miller si era messo a lavorare ad un adattamento cinematografico
di Ronin e a collaborare con Darren Aronofsky (regista
del bellissimo Requiem for a Dream) sul nuovo film di Batman, che
sarà invece realizzato da Christopher Nolan con un diverso
script. La volontà di Miller, comunque, è sempre
stata quella di non lasciare ad altri il controllo creativo dei progetti
basati su suoi fumetti. Il
film è basato sulle prime tre miniserie di Sin City e Rodriguez
e Miller non firmeranno a quattro mani solo la sceneggiatura ma anche
la regia. E qui sono nati altri problemi. Per questioni assicurative gli
strettissimi regolamenti del mondo del cinema hollywoodiano impediscono
alle Major di assumere lavoratori non iscritti al sindacato di categoria.
Per potersi iscrivere al sindacato dei registi, la Directors Guild of
America, bisogna dirigere un film indipendente che trova distribuzione
nelle sale statunitensi. Quando nel 1992 Rodriguez diresse coi propri
risparmi (7.000 dollari) il suo primo lungometraggio, El Mariachi,
convinse poi la Columbia ad investire un milione di dollari in correzioni
di post-produzione e nella distribuzione della pellicola. La cosa ha permesso
a Rodriguez di iscriversi al sindacato e quindi dirigere film importanti
e alla Columbia di guadagnare un bel po' di soldini col Mariachi e i suoi
due seguiti. L'inghippo, però, è che la DGA non concede
la possibilità a due persone di dividersi la paternità di
un film (le uniche eccezioni, curiosamente, sono state fatte per coppie
di fratelli, come i Coen o i Wachowski). Di conseguenza,
né Rodriguez né Quentin Tarantino, che avrebbe voluto
anche lui metter mano al progetto, potevano ufficialmente dirigere il
film insieme con Frank Miller. Ma mentre Tarantino ha abbandonato l'idea
(può darsi però che diriga qualche scena in qualità
di regista della seconda unità), Rodriguez teneva così tanto
al film da decidere di dimettersi dal sindacato pur di non dover scendere
a patti con le sue ferree regole. Essendo la pellicola prodotta dai Troublemaker
Studios dello stesso Rodriguez e dalla Dimension Films - che pur essendo
di proprietà della Disney figura come casa di produzione indipendente
- non è necessario che il regista sia iscritto al sindacato per
poterla dirigere. L'unico problema, a questo punto, è che Rodriguez
ha dovuto mettere in ghiaccio il progetto che aveva con la Paramount per
dirigere l'adattamento del John Carter di Marte di Edgar Rice
Burroughs fino a quando non avrà modo di rientrare nella DGA.
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