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Di
tutti i fumettisti italiani che si sono cimentati con il genere, Ferdinando
Tacconi è senza dubbio il nome più maggiormente si associa
alle storie di guerra. Nato a Milano nel 1922, Tacconi ha fatto tesoro
dell'esperienza vissuta nell'aviazione italiana durante la Seconda Guerra
Mondiale per mettere la propria passione per il volo al servizio della
sua arte disegnata. La sua carriera è lunga e variegata, le sue
storie molteplici e sempre interessanti. Queste poche pagine ben difficilmente
renderanno merito a quanto da lui fatto, ma sono un buon inizio per
iniziare a conoscerlo.
Partiamo
dall'inizio: come si è avvicinato al mondo del fumetto?
Ho studiato alla Scuola Superiore d'Arte Applicata di Milano, che aveva
diversi indirizzi artistici - decorazione, illustrazione pubblicitaria,
scultura, pittura
Ho iniziato questa scuola quando avevo 14 anni,
ma avevo sempre disegnato per me stesso, come fanno tanti ragazzi...
Già allora, senza saperlo, disegnavo delle storie come fossero
dei fumetti, in cui io ero l'Eroe. Poi, con l'incitamento e i consigli
di mio padre e di un suo amico, uno dei più noti disegnatori
di carte valori e banconote, ho cominciato a incanalare questa mia passione
per il disegno, che poi si è concretizzata nel dopoguerra quando
ho lasciato il lavoro che facevo e ho potuto disegnare a tempo pieno.
E
ha iniziato come illustratore per le riviste femminili...
Sì, ma per puro caso. Mi piaceva fare degli acquerelli e finito
il servizio militare ho raccolto un po' di quello che avevo e mi sono
presentato a Mondadori. Ho avuto la fortuna di ottenere subito un lavoro.
Era il 1948 e da allora non ho mai smesso di disegnare.
Poi
com'è arrivato ai fumetti?
C'era un calligrafo - quello che oggi si chiama letterista - che si
chiamava De Luca, che mi disse che c'era un editore che cercava
disegnatori. Si chiamava Pasquale Giurleo, che tra le altre cose pubblicava
anche Pantera Bionda. Gli piacquero i miei disegni e cominciai
a fare anche fumetti... Il primo è stato Morgan il Pirata.
Poi sono passato da Torelli per disegnare le matite di Sciuscià
che venivano inchiostrate da Paludetti. Poi Nat del Santa
Cruz e tante altre cose...
Lei,
come molti altri in quel periodo, ha lavorato anche per il mercato inglese...
All'inizio non eravamo poi molti. Ce n'erano alcuni italiani, tra
cui un veneziano chiamato Bellavitis che ora è diventato
architetto ma era molto bravo. Viveva a Londra e conosceva Rinaldo
D'ami, così avevano costituito insieme ad altra gente un
gruppetto... chiamiamola agenzia... e si erano messi in contatto con
diversi disegnatori per le esigenze del mercato inglese. E lì
ho iniziato anch'io.
C'erano differenze tra il modo di lavorare per il mercato inglese,
rispetto a quello italiano?
All'epoca io non ero molto introdotto nel campo dell'illustrazione e
del fumetto in Italia, ma rispetto agli altri per me è stata
una cosa un po' diversa. Fui chiamato dal Junior Express, che
era il supplemento per ragazzi del Daily Express. A quell'epoca
c'era una trasmissione radiofonica sulla BBC che si chiamava Journey
into Space scritta da Charles Chilton. Questa serie andava
avanti con puntate settimanali che riscuotevano un successo enorme,
tanto che il Daily Express decise di farne una versione a fumetti, con
una doppia tavola in ogni numero. E per farla hanno chiamato me. Chilton,
che doveva scrivere anche il fumetto, ha voluto che io andassi a trovarlo
nella sua casa nella campagna del Kent e abbiamo iniziato una collaborazione
stretta. Lui si è dimostrato un uomo molto fantasioso, eclettico,
informato, colto... Con lui sono amico ancora adesso, ci vediamo spesso.
Il metodo di lavoro degli inglesi mi sorprese un po', perché
erano serissimi, si documentavano anche su tutte le piccole cose, c'era
il tempo per fare tutto, senza premura... Un cambiamento enorme rispetto
alla produzione italiana di allora. Quello è stato proprio l'inizio,
ed è stato bellissimo anche perché il Kent è davvero
il giardino d'Inghilterra...
Quindi
lei ha proprio vissuto lì per un po'?
Sì. Non in continuità ma mi fermavo lì una volta
tre mesi, una volta quattro, una volta due... a seconda della necessità.
Andavo e venivo insieme a mia moglie: ero già sposato e avevo
già un figlio. Allora disegnavo fumetti di fantascienza, ma la
cosa è finita dopo circa un anno e mezzo e io ho cominciato a
lavorare per la Amalgamated Press, che più avanti è
diventata Fleetway. Ci lavoravamo in diversi, alle loro storie
di guerra: avevano diverse serie e a loro piaceva il nostro modo di
lavorare.
È stato un salto notevole passare dalla fantascienza al fumetto
di guerra?
Per me non è stato molto difficoltoso, a parte il fatto che comunque
erano i miei primi anni nel campo per cui disegnare non mi veniva ancora
così naturale... Ma a me era sempre piaciuta l'aviazione, ero
stato in guerra e avevo visto tante cose... così hanno preferito
che io disegnassi storie sì di guerra, ma dov'erano coinvolti
gli aeroplani. Tra l'altro, a pochi chilometri dalla casa di Chilton
c'erano gli aeroporti che venivano usati dagli inglesi durante la battaglia
aerea d'Inghilterra del 1940 e io sono andato più volte a visitarli:
c'erano ancora i vecchi Spitfire e gli Hurricane messi in bella mostra
per i visitatori, c'erano i pub con le dediche di tutti gli equipaggi
che li frequentavano durante la guerra...
Ma
lei durante la guerra che mansione svolgeva?
Io facevo il marconista in aeronautica, ma non ho quasi mai volato.
Allora molti di noi volevano andare nei reparti di volo, perché
da parte nostra c'era proprio la passione per il volo. Io ce l'avevo
fin da bambino: diventare pilota era il mio "obiettivo", ma
c'erano troppe richieste rispetto alle possibilità e ho finito
per fare il marconista.
Per cui, questa sua esperienza le è venuta comoda al momento
di disegnare.
Indubbiamente, però io seguivo le cose anche nel primo periodo
della guerra, nel '40-'42: comperavo giornali tedeschi sull'aviazione...
mi piaceva cercare di conoscere un po' tutto di quel mondo. Poi eravamo
un po' gasati, allora, o almeno lo ero io: mi piaceva tutto quello che
riguardava l'aviazione, i combattimenti aerei
rappresentavano
quasi un sogno, chi lo sa?
Dopo
questa collaborazione cos'ha fatto?
Dalla metà degli anni '60 ho lavorato per Il Corriere dei
Piccoli, poi ho lavorato per Barbieri quando negli anni '70
faceva le storie sexy tipo Isabella: mi piaceva disegnare
tutte 'ste donnine, ma quando le pubblicazioni sono diventate troppo
spinte io ho rinunciato.
In
effetti è stato molto eclettico, nella sua carriera...
Già, e nel frattempo lavoravo anche per gli editori di testi
scolastici, che iniziavano allora a pubblicare illustrazioni a colori.
Quel lavoro portava via un buona parte del mio tempo: si facevano illustrazioni
di carattere storico, piuttosto che geografico o semplicemente didattico.
Si disegnava a tempera, o ad acquerello, e quindi dividevo il mio tempo
tra questo e i fumetti.
Ma
quando aveva iniziato a fare fumetti, l'illustrazione l'aveva abbandonata?
Sì, quello è stato solo il mio periodo iniziale. Ma di
illustrazioni ne ho fatte anche in seguito: negli anni '80 lavoravo
per delle riviste scandinave, ma ne facevo qualcuna ogni tanto, non
era una cosa continuativa. È che io ho sempre diviso troppo il
mio lavoro.
Cioè avrebbe dovuto concentrarsi di più su una cosa sola?
Sì. Molti disegnatori l'hanno fatto, sono stati più furbi
di me: si sono specializzati in un genere in modo da far meno fatica,
perché passare da un'illustrazione storica a colori al fumetto
semi-erotico a tanti altri argomenti, comporta innanzi tutto una ricerca
e il fatto che si debba ridimensionarsi ogni volta. Ma a me piaceva...
Ma
così almeno il lavoro non diventa noioso.
Infatti, ma io l'ho fatto volentieri proprio in quel senso, solo che
ho fatto una fatica enorme. Quelli che si erano specializzati in un
settore, magari in un personaggio, lavoravano con maggiore facilità
rispetto a me, e magari guadagnavano anche di più. Ma a me piaceva
variare...
Al Corriere dei Piccoli cosa le facevano fare?
Diverse cose, sia storie a fumetti brevi che tavole illustrative. Allora
il direttore era Zucconi, ma quando il giornale è diventato
Corriere dei Ragazzi ho iniziato a lavorarci con maggiore frequenza.
C'erano Toppi, Uggeri.. un sacco di gente. E lì
ho cominciato a fare Gli Aristocratici.
Com'era
nata la collaborazione con Castelli?
Non ricordo se Castelli lavorasse in redazione o come collaboratore
esterno, però era sempre lì al Corriere. Un giorno mi
ha proposto di fare questa storia, che ricalcava un po' quella del film
Sette uomini d'oro di Marco Vicario. A me è piaciuta
l'idea e ci siamo messi a lavorarci insieme, il risultato è piaciuto
e abbiamo continuato per qualche anno, dal 1973 al 1976. Poi ci sono
stati dei cambiamenti nella direzione e ho lasciato la rivista, ma dalla
Germania ci hanno proposto di continuare la serie per un giornale che
si chiamava Zack e che aveva già pubblicato alcune storie
acquistandole direttamente dal Corriere dei Ragazzi. La serie è
stata interrotta nel 1982, quando hanno fatto degli esperimenti un po'
azzardati: avevano realizzato un giornale che doveva essere europeo,
distribuito in diverse nazioni. La cosa non ha avuto successo perché
di sei-sette storie che c'erano sul giornale, magari tre potevano piacere
ai francesi e le altre no, mentre in Scandinavia magari piacevano di
più le altre... Zack faceva parte di un grosso gruppo editoriale
tedesco, e quando un ramo era secco lo tagliavano senza farsi troppi
problemi... e questa è stata la conclusione degli Aristocratici...
che poi sono
tornati sul Giornalino qualche anno fa.
Sì, anni dopo.
E
nel frattempo, tra le altre cose, ha collaborato con Gino D'Antonio
per due volumi della serie Un uomo un'avventura.
Sì, è stato l'inizio della collaborazione con Bonelli,
prima di mettermi a lavorare su Dylan Dog e Nick Raider.
Io e lui ci conoscevamo già, e quando mi ha proposto questo lavoro
ho accettato volentieri, perché l'idea mi piaceva molto. Quella
è stata una bellissima serie, sono contento di aver potuto fare
quei due volumi. D'Antonio scriveva le sceneggiature ma in realtà
ci scambiavamo molte idee, la nostra è stata una collaborazione
molto fattiva. Ci conoscevamo dagli anni '50, quando anche lui lavorava
per l'Inghilterra. Lui era un bravissimo disegnatore, poi si è
messo a scrivere la Storia del West e si vede che c'ha preso
gusto - e tra l'altro scrive anche bene - così il lavoro di sceneggiatore
l'ha un po' preso.
Contemporaneamente lei lavorava anche per Il Giornalino.
Sì, all'inizio ho fatto tante piccole storie slegate l'una dalle
altre, poi D'Antonio mi ha parlato di una Storia della Seconda Guerra
Mondiale che voleva realizzare. Il direttore "Don Tom"
Mastandrea ha accettato e noi abbiamo fatto un lavoro lungo ma bello,
sempre alternato ad altre cose con Bonelli.
Tra
l'altro, lei ha anche lavorato alla Storia della Francia a fumetti della
Larousse...
Sì, eravamo intorno al 1976-'77. Stavano pubblicando l'Histoire
de France en BD a fascicoli. Ci abbiamo lavorato, per quello che
ricordo, io, Toppi, Battaglia e Manara - che è
stato proprio quello che ha fatto il mio nome all'editore. Era un progetto
molto bello, ben riuscito. Io ho lavorato alla parte che riguardava
la Seconda Guerra Mondiale. Il direttore che curava la collana era francese
ma veniva spesso a Milano e ne approfittava per incontrarci tutti, ma
poi ognuno lavorava per sé con il materiale che arrivava dalla
Francia. La mia parte saranno una cinquantina di pagine, poi loro hanno
proseguito con un'altra pubblicazione per la quale io ho fatto un solo
episodio: era una storia del west e io ho disegnato un albo sul Colonnello
Edwin Drake, uno dei primi a trovare il petrolio nel selvaggio
west. È stata la prima e ultima volta che mi sono ritrovato a
disegnare cavalli: ho disegnato molto più volentieri gli aeroplani!
Tornando in Italia, anche sul Giornalino ha trovato modo di disegnare
storie di guerra.
La Storia della Seconda Guerra Mondiale credo sia stato davvero un ottimo
lavoro, sia come sceneggiatura che come disegni. All'inizio io e D'Antonio
avremmo dovuto dividerci i compiti, ma lui ha disegnato qualche puntata
all'inizio, poi li ho fatti quasi tutti io, come disegni. Credo di aver
fatto un buon lavoro, da quello che mi dicono. È stato abbastanza
impegnativo, perché occorreva una documentazione precisa, che
io già avevo ma che ho preferito approfondire ulteriormente,
perché i lettori sono feroci
però non ho avuto contestazioni.
A proposito di questo lavoro il più bel complimento che ci è
stato rivolto è stato da parte di un ragazzo che mi ha avvicinato
ad una convention sui fumetti e mi ha detto di aver preparato un esame
studiando la Seconda Guerra Mondiale sul nostro fumetto! Il fatto che
l'esame gli sia andato bene come ci ha detto dimostra che la cosa gli
era piaciuta e gli aveva dato modo di capire qualcosa di più
rispetto a quello che si dice di solito sull'argomento. Poi ho fatto
anche La Storia del Volo, una serie di allegati a Il Giornalino
che hanno avuto molto successo. Ci sono molto affezionato, ma in fondo
sono affezionato a tutti i miei lavori...
A
Cagliari le hanno appena dedicato una mostra, "Storie di Uomini
e di Armi"...
Sì, era composta interamente di miei lavori. È stata organizzata
molto bene, all'interno del Centro Comunale d'Arte "il Ghetto",
un'antica caserma dei Dragoni che si trova proprio nel cuore del quartiere
medievale di Castello a Cagliari. C'erano più di un centinaio
di miei lavori, che ripercorrevano la storia del volo, da Icaro agli
aerei moderni...
Tra l'altro, quest'anno
ricorre anche il centenario del primo volo dei fratelli Wright...
Esatto. Ma c'erano anche molte tavole riprese dalle storie della Seconda
Guerra Mondiale, e diverse altre che facevano capire benissimo come io
abbia frequentato un po' tutti i generi. |