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Dal
numero
24 |
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Arrivano
i TeleFumetti ! |
di
Gianpaolo Saccomano |
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A partire da questo numero, Ink si occupa (mi auguro in maniera organica e piuttosto precisa...) di un particolare settore produttivo del fumetto: quello di derivazione, per così dire, "telefilmica". E lo fa cominciando ad analizzare i fumetti tratti dalle principali serie di telefilm degli anni Sessanta e Settanta che hanno avuto una pubblicazione anche in Italia. Prima
di affrontare nel dettaglio l'argomento, è necessario fare una
premessa: non è mia intenzione tentare qualsivoglia analisi sociologica
sull'evoluzione del costume o dei gusti dello spettatore relativa al cortometraggio
televisivo e tanto meno ricostruirne, anche solo parzialmente, la storia
e le alterne fortune sul piccolo schermo. Quello che mi interessa puntualizzare
è, ancora una volta, l'influenza che il mezzo televisivo esercitò
su un certo tipo di produzione fumettistica, che potremmo definire "di
largo consumo", nonchè la lungimiranza editoriale, soprattutto
americana, che trasformò quello che il pubblico aveva imparato
ad amare attraverso il periodico appuntamento sul piccolo schermo, in
un occasione in più per allargare il numero di fruitori ed estimatori
del mezzo fumettistico. Il
primo editore italiano ad intuire quali potenzialità di mercato
potessero avere le versioni a fumetti di una serie televisiva di successo
fu il milanese Battista Arcaini, che con la sua Casa Editrice Cenisio,
dopo aver messo in atto una strategia editoriale vantaggiosa ed interdipendente
con la editrice francese Sage, cominciò a pubblicare una lunga
serie di albi a fumetti dedicati al beniamino televisivo di tutti i ragazzi
(e non solo...) dell'epoca: il cane Rin Tin Tin. Di lì a poco, sulla scia del successo di Rin Tin Tin, la Cenisio invase le edicole con tutta una serie di albi dedicati ai telefilm di grande popolarità, utilizzando prevalentemente il materiale già prodotto e pubblicato in America. Ecco dunque apparire una testata dedicata all'altro famosissimo cagnone hollywoodiano, Lassie, che scevro dell'eccessivo sentimentalismo che si ritrova nell'omonimo film con Elizabeth Taylor, fu protagonista di una nutrita serie di avventure dal semplice impianto narrativo e dalla resa grafica più che accettabile, nelle quali, a fargli da "padroncino" c'è un biondo ed intraprendente ragazzino sui 6-7 anni, perfettamente in linea con lo stereotipo del "simpatico orfanello" tanto caro agli americani. A confermare il gradimento dei lettori italiani per le avventure dal solido impianto western contribuirono, invece, gli albi dedicati ad uno dei più longevi (dal 1959 al '73!) ed internazionali successi del cortometraggio televisivo prodotto dalla statunitense NBC: mi riferisco naturalmente a Bonanza, la celeberrima epopea di frontiera con protagonisti i fratelli Cartwright (ricordate Lorne Greene nei panni del "massiccio" Ben Cartwright?), un vero e proprio clan tutto al maschile che ancora oggi riesce a catturare la fantasia dei telespettatori e a proiettarla in un immaginario narrativo fatto di fuorilegge, cowboys violenti e rissosi, pellerossa ostili e coloni in perenne difficoltà. Negli albi Cenisio, a storie di produzione interamente americana furono affiancati anche degli episodi realizzati dal nostro Fernando Fusco, che ebbero peraltro un discreto apprezzamento da parte dei lettori, tanto da indurre il Corriere dei Piccoli (nel 1963-64) a pubblicarne un'ulteriore versione a fumetti firmata da Mario Uggeri, bella ma - a mio parere - un tantino "scolastica". Meno
conosciuta, ma caratteristica della produzione dedicata all' indiano buono,
che fece seguito al successo del film con James Stewart, L'amante
indiana (diretto da Delmer Davies nel 1949), fu anche la serie
a fumetti dedicata al pellerossa Penna di Falco, che apparve
anche sulle pagine di Rin Tin Tin nel 1970, e cui collaborarono anche
Fernando Fusco e i fratelli Missaglia. Si tratta, tutto sommato, di storie
di discreto livello, probabilmente destinate ai lettori più giovani,
dato l'inserimento nel loro impianto narrativo del figlioletto di un capo
indiano, Penna di Falco appunto, che riveste un ruolo tutt'altro che marginale
in questo West finalmente riconciliato, in cui visi pallidi e pellerossa
convivono pacificamente. Chiudiamo
l'elenco relativo ai comics book di ambientazione western (anche se in
epoca moderna) con un altra serie televisiva molto popolare, che più
volte ci è stata riproposta dalla Rai e dalle altre emittenti private
ed è diventata un po' "famigerata" soprattutto a causa
di una sigla, maledettamente commerciale, che a lungo ci ha tormentato
dal piccolo schermo: non è difficile capire che mi riferisco agli
ingenui telefilm del cavallo Furia (anche conosciuto come
"la furia del West")... Sul finire degli anni Sessanta, la "Bond-mania" aveva raggiunto vertici impensabili e tutta la cinematografia mondiale era, in qualche modo, rimasta influenzata dal grande successo dell'agente segreto con licenza di uccidere: sul grande schermo le imitazioni, i cloni e le variazioni sul tema, si sprecavano (nella maggior parte dei casi con risultati addirittura risibili...) e anche la tivù cominciava a lanciarsi sulla falsariga del genere. Ad onor del vero gli unici telefilm memorabili con un'ambientazione fanta-spionistica furono, accanto alla celeberrima serie degli Agenti Speciali (The Avengers) e a quella, sempre prodotta dalla ITC inglese, e incentrata sulla figura de Il prigioniero interpretato da Patrick McGoohan, quelli dell'americana NBC, con protagonisti Robert Vaughn e David McCallum e noti con il titolo de L'uomo della UNCLE. Quest'ultima serie di telefilm, oggi oggetto di un vero e proprio culto collezionistico, ebbe un buon successo anche da noi e consentì ad un attore "di classe"(ma forse troppo sofisticato) come Robert Vaughn, di acquisire una discreta popolarità nei panni del temerario agente segreto americano Napoleon Solo, impegnato in una inconsueta collaborazione con un ineffabile e misterioso 007 russo, Illya Kuryakin, interpretato dal biondino David McCallum. Naturalmente anche il mondo del fumetto non tardò ad approfittare di questa loro notorietà, infatti l'americana Gold Key realizzò ben ventidue episodi con protagonista "L'uomo della UNCLE". Si trattava di comic book di un certo livello, disegnati prevalentemente da George Tuska e Werner Roth e scritti da Marshall McClintock assieme al solito Paul S. Newman. La serie, in Italia non andò molto bene, soprattutto perchè l'allora direttrice della Cenisio, Carla Arcaini, la pubblicò parzialmente e con una periodicità decisamente inopportuna (dapprima trimestrale e poi addirittura ogni sei mesi!) e tanto bastò perchè sulle originali peripezie dell'agente della UNCLE calasse per sempre il sipario e si riacutizzasse, anche nei fumetti, il clima da "guerra fredda". A
consacrare definitivamente il boom della strana coppia nel poliziesco
televisivo, arrivarono di lì a poco due grandi mattatori del piccolo
e grande schermo: il "very english style" Roger Moore
e il simpatico e scanzonato Tony Curtis, grande star hollywoodiana
alla soglia della maturità, sia fisica che artistica. Fanalino di coda per questa succosa panoramica sulle pubblicazioni della Cenisio (che per la maggior parte sono costituite da albi con doppia pagina a colori alternata al bianco e nero e allettanti copertine derivate da fotogrammi del telefilm o foto ridisegnate) è da considerarsi l'albo della collana Vedette TV che ha per protagonista Il ragazzo del circo e che riprende una piccola serie televisiva, di ambientazione circense, realizzata sul finire degli anni Cinquanta dalla NBC/ABC americana. Le storie di questo simpatico ragazzino di nome Corky (è l'attore Mickey Braddock), un po' inserviente, un po' factotum e al seguito di un grande circo, nonostante siano ben disegnate da Dan Spiegle e raccontino di intrighi, amicizie e rivalità, in questo microcosmo popolato di personaggi affascinanti ed animali esotici, non ebbero successo in Italia e Carla Arcaini di fatto nè mandò in edicola un solo numero, attualmente molto ricercato dai collezionisti. |